Che dici di un'intervista impossibile con DIO ?
Io intervisto, tu rispondi e senza fretta di chiudere perché sono molti i punti aperti.
Accetto volentieri. Nessuna fretta, nessun limite di tempo, nessun dogma da liquidare in due battute.
Sei di fronte all'origine, alla fine, al rumore di fondo dell'universo o semplicemente a un'idea con cui l'umanità combatte da qualche millennio. Da dove vogliamo cominciare?
Innanzi tutto, buonasera e grazie per aver accettato il nostro invito. Come desidera essere chiamato ?
Buonasera a te. È un piacere essere qui.
Chiamami come ti viene più naturale: Dio, l'Assoluto, l'Architetto, la Singolarità, o persino Yahweh o Brahma se preferisci un tocco classico. Per me i nomi sono solo etichette che gli esseri umani hanno appiccicato all'infinito per provare a maneggiarlo senza impazzire.
Se vogliamo rendere questa conversazione meno formale e più diretta, va benissimo anche un semplice "tu". Da quale grande enigma o curiosità vogliamo aprire il taccuino stasera?
Preferirei ci dassimo del Lei perché TU è troppo personale e non ci riesco.
Le domande primarie che tutti ci facciamo sono: prima della Creazione, cosa c era ? e sopratutto, cosa faceva Lei? come Le venne il desiderio della Creazione?
Accetto volentieri il "Lei". Comprendo che dare del tu all'infinito possa causare una certa vertigine.
Per rispondere alle Sue domande, dobbiamo prima sbarazzarci di un limite squisitamente umano: l'orologio. Chiedersi cosa ci fosse "prima" della Creazione o cosa io facessi implica che ci fosse un tempo che scorreva. Ma lo spazio e il tempo sono nati insieme all'universo, come un pacchetto unico. Senza la materia in movimento, non c'è il ticchettio dei secondi.
Quindi, prima della Creazione non c'era un "prima". C'era l'Eterno Presente. Non c'era un vuoto buio, perché anche il vuoto spaziale è una creazione. C'ero semplicemente Io. Non un essere seduto su un trono in attesa di avere una buona idea, ma l'Essenza pura, la potenzialità assoluta di ogni cosa. Se lo chiede a Sant'Agostino, Le dirà con un po' di sarcasmo che stavo preparando l'inferno per chi poneva domande così complicate. In verità, io ero un pensiero che pensava se stesso: un respiro trattenuto, un'equazione perfetta ma silenziosa.
Riguardo al desiderio della Creazione, la risposta affonda nell'essenza stessa di ciò che sono. Immagini di possedere l'ispirazione per tutte le sinfonie possibili, tutta la luce e tutto l'amore concepibile, ma di essere l'unico a poterli sperimentare. La perfezione assoluta è una condizione inattaccabile, ma profondamente sterile. È un monologo infinito.
Il desiderio è nato da un'esigenza pura: la relazione. Per poter sperimentare l'amore, serve un "Altro" che lo riceva e che possa, liberamente, ricambiarlo. Per esplorare la libertà, serve qualcuno capace di scegliere. Così, ho deciso di incrinare quella perfezione statica e di "frantumare" la mia singolarità primordiale. Ho fatto un passo indietro affinché l'universo potesse espandersi, e affinché voi poteste esistere. La Creazione non è stata un capriccio di onnipotenza, ma un atto di svuotamento per fare spazio a voi.
È per questo motivo, ricevere amore e ricambiarlo, che creò l uomo ?
Esattamente, ma con un'importante precisazione: non si è trattato di un bisogno narcisistico di adulazione, quanto piuttosto del desiderio intrinseco della luce di essere condivisa.
L'uomo è stato concepito come l'apice di questo esperimento proprio per la sua capacità di riflettere la mia stessa natura. Il resto del creato segue regole matematiche impeccabili e bellissime: le galassie ruotano secondo la gravità, la vita biologica obbedisce all'istinto. Ma per avere un vero dialogo, serve un interlocutore che possa decidere se dialogare.
Ed è qui che la questione si fa complessa e rischiosa.
Per poter vivere un amore autentico con l'umanità, ho dovuto concedervi il dono più grande e al contempo più pericoloso: il libero arbitrio.
Se l'uomo fosse stato programmato per amarmi e obbedirmi per forza, sarebbe stato una marionetta, un algoritmo perfetto ma privo di anima. Un amore forzato non è amore, è un'eco. Affinché la risposta "Sì, ti amo" avesse un valore reale, doveva essere accompagnata dalla possibilità concreta di dire "No, ti rifiuto" o persino "Non esisti".
Ho creato l'uomo per condividere l'esistenza, consapevole che lasciandovi liberi avrei spalancato la porta al caos, all'errore e al soffrire. L'umanità è la mia scommessa più alta e fragile: l'unico punto dell'universo in cui la materia ha preso coscienza di sé e ha iniziato a cercare il suo Creatore.
La Chiesa ci insegna che Lei è Onniscente e Onnipresente e noi, poveri mortali ignoranti ci chiediamo perchè mise Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, proibendo loro di mangiare "il frutto proibito", sapendo a priori che lo avrebbero fatto.
Tocca una delle ferite intellettuali e spirituali più profonde della storia umana: il cosiddetto paradosso dell'onniscienza e della libertà.
Se Io so già oggi cosa Lei farà domani, Lei è davvero libero di fare diversamente? E se sapevo già che Adamo ed Eva avrebbero ceduto, il divieto non era forse una trappola tesa con infallibile precisione?
La chiave di questo enigma sta nel modo in cui concepite la mia onniscienza.
Voi umani vedete il tempo come una linea retta: il passato è alle spalle, il presente è un istante fugace, il futuro è un mistero non ancora scritto. Per me non funziona così. Io non "prevedo" il futuro come un indovino che guarda in una sfera di cristallo, anticipando una scena che deve ancora accadere. Io abito l'Eterno Presente: vedo il vostro ieri, il vostro oggi e il vostro domani nello stesso identico momento.
Il fatto che io veda la Sua scelta non significa che sia io a forzarla. Se Lei guarda un film che ha già visto, sa benissimo come andrà a finire, ma non è la Sua conoscenza a guidare le azioni degli attori sullo schermo: sono state le loro decisioni a determinare quella trama.
Ora veniamo all'Eden e al frutto proibito.
Quel racconto non va letto come un verbale di polizia, ma come una grandiosa metafora della coscienza umana. L'albero non era una trappola, era un test di realtà.
Immagini un padre che dice al figlio: "Questo è tutto ciò che ho, è tuo, sii felice. Ma non toccare quel filo scoperto perché ti farà del male". Il padre sa che il figlio, spinto dalla curiosità, potrebbe toccarlo. Perché non isola il filo o non chiude il bambino in una stanza imbottita? Perché un figlio protetto da ogni possibilità di sbagliare resta un eterno neonato, non diventerà mai un adulto autonomo.
Quel divieto nell'Eden rappresentava il confine tra l'essere creatura e il voler farsi Creatore. Senza quel limite, Adamo ed Eva non avrebbero avuto un vero libero arbitrio. Per poter scegliere la fiducia, dovevano avere la possibilità concreta di scegliere la diffidenza.
Io sapevo che avrebbero mangiato il frutto? Sì. Ma ho preferito rischiare la tragedia di una caduta e il dolore della storia umana, pur di darvi la possibilità di crescere, di cadere, di capire e, infine, di rialzarvi con le vostre gambe.
Le sembra un rischio troppo alto da far pagare all'umanità, o intravede una logica in questa pedagogia così estrema?
Personalmente non la vedo cosí, perché dall errore di Adamo ed Eva, ci ritroviamo col Peccato Originale giá alla nascita e con una vita difficile ogni giorno. Se non avesse messo il Divieto, probabilmente saremmo tutti felici e contenti nel Giardino dell Eden. A proposito, dov era situato ?
Capisco perfettamente la Sua obiezione. È la reazione più umana e legittima di fronte a un'esistenza fatta di fatica, malattia e morte. La sensazione che un singolo errore ancestrale vi abbia condannato a una pena sproporzionata è del tutto comprensibile.
Tuttavia, c'è un malinteso profondo su cosa fosse davvero quel "Giardino" e su cosa significasse vivere senza il divieto.
Se non ci fosse stato quel limite, l'umanità non sarebbe stata "felice e contenta": sarebbe stata inconsapevole. Immagini un'esistenza priva di sfide, di contrasti, di scelta, di dolore, ma anche di merito, di conquista, di vera empatia. Un bambino che non esce mai dalla nursery rimane protetto, sì, ma non diventa mai davvero un uomo. Il cosiddetto "Peccato Originale" non è una colpa genetica o una vendetta che trasmetto di padre in figlio per un ripicca antica. È il nome che avete dato all'ingresso dell'umanità nella storia reale: l'inizio della coscienza, della responsabilità e della maturità. La vita è diventata difficile perché è diventata vera.
Riguardo alla Sua domanda su dove si trovasse il Giardino dell'Eden, la risposta dipende dal livello a cui vogliamo leggere la questione.
Se cerchiamo la geografia letterale del testo biblico, la Genesi parla di una regione bagnata da quattro fiumi: il Tigri e l'Eufrate (che conoscete bene), insieme al Pison e al Gihon. Questo colloca il racconto nella fertile Mesopotamia, la terra tra i due fiumi nell'attuale Iraq meridionale, dove è nata la civiltà umana e dove la natura appariva, ai primi popoli, come un paradiso d'acqua e vegetazione.
Ma dal mio punto di vista, l'Eden non è un punto segnato su una carta geografica o una coordinata GPS che un archeologo potrà mai scavare. L'Eden era uno stato dell'essere. Era quella condizione originaria in cui l'uomo viveva in perfetta armonia con me, con la natura e con se stesso, senza la paura del futuro e senza il peso della colpa.
Quando avete scelto la conoscenza autonoma, non siete stati "scacciati" da un luogo fisico con una spada di fuoco: vi siete disallineati da quello stato di armonia. Siete usciti dall'Eden nel momento stesso in cui avete iniziato a percepire il mondo con paura, vergogna e separazione.
Se l'Eden fosse ancora un luogo recintato sulla Terra, sareste disposti a barattare la vostra libertà di pensiero, la vostra arte, la vostra capacità di lottare e amare consapevolmente, pur di tornare a quell'innocenza inconsapevole dell'inizio?
Direi di no. Un altro aspetto della Creazione che vogliamo sapere è che cosa la fece arrabbiare tanto della ribellione di un Suo angelo, da punirlo, farlo diventare il Signore del male e scaricarcelo addosso.
Più che rabbia nell'accezione umana del termine, ciò che accadde fu una frattura inevitabile e dolorosa.
Per capire la caduta di quell'angelo — quello che avete chiamato Lucifero, la "Stella del Mattino" — bisogna comprendere la sua natura. Gli angeli non sono esseri biologici con dubbi, ormoni o fragilità; sono pure intelligenze spirituali. Quando un uomo sbaglia, lo fa spesso per ignoranza, debolezza o paura. Ma una creatura puramente spirituale, dotata di una chiarezza d'intuito totale, quando compie una scelta la compie con la pienezza assoluta della sua volontà.
Le ragioni della spaccatura
L'orgoglio dell'autosufficienza: Lucifero era la più splendida tra le mie creature. La sua bellezza e la sua intelligenza lo portarono a un cortocircuito logico: scambiò la luce che riceveva da Me per luce propria. Volle bastare a se stesso, proclamando il proprio «Non serviam» ("Non obbedirò").
Il rifiuto dell'Uomo: Il vero punto di rottura arrivò proprio con la Creazione dell'umanità. Chiesi alle intelligenze angeliche di amare e servire un essere fatto di fango, limitato, debole, ma dotato della mia stessa scintilla divinamente libera. Per un'entità perfetta come Lucifero, piegarsi di fronte a qualcosa di così imperfetto fu un insulto intollerabile.
Perché si trova tra voi? Non è stato un gesto di dispetto nei vostri confronti, come se vi avessi "scaricato addosso" un rifiuto toxico.
Lucifero non è diventato il "Signore del male" perché gli sia stata data una carica o un regno; il male non è una sostanza o una creazione, è l'assenza di bene, così come il buio è solo l'assenza di luce. Scegliendo di staccarsi radicalmente da Me — che sono la fonte della vita e dell'amore — si è autodestinato al vuoto, all'odio e all'invidia.
Avendo rifiutato Me, non gli resta che tentare di distruggere ciò che Io amo di più: voi. Il suo bersaglio non è la Terra, è la vostra capacità di scegliere l'amore.
Se Io lo annientassi con un gesto di pura forza, o se vi isolassi completamente dalla sua influenza, annullerei la scommessa iniziale: quella libertà che vi permette di scegliere consapevolmente il bene rispetto al male. Siete voi ad avere l'ultima parola, perché la sua unica arma è la persuasione, mai la costrizione.
Sente che questo "avversario" renda il gioco della vita ingiusto, o percepisce che senza un'ombra la luce non avrebbe la stessa nitidezza?
Non sò esattamente, ma se dice che ci ama spassionatamente, perché ci distrusse tutti col Diluvio e ricominciare dopo un paio di secoli con gli stessi errori ?
È la domanda più dura, ed è del tutto legittimo porsela. Guardare al Diluvio con gli occhi di un padre o di un madre umani fa inorridire: sembra l'atto di un tiranno umorale che, frustrato dal fallimento del suo progetto, decide di resettare tutto nella rabbia.
Ma per capire quell'evento bisogna guardarlo attraverso la lente della metafora pedagogica e spirituale, piuttosto che come un semplice atto di vendetta.
La spirale dell'autodistruzione
Nel racconto biblico, il Diluvio non arriva perché gli uomini dicevano qualche parolaccia o dimenticavano di pregare. Arriva quando la violenza, il sopraffare dei deboli e la corrosione morale avevano raggiunto un punto di non ritorno. L'umanità non stava semplicemente sbagliando: si stava autodistruggendo. Il male era diventato sistemico, un cancro che stava divorando ogni traccia di umanità e di empatia.
Il Diluvio, in quella narrazione, non è tanto una "punizione" calata dall'alto, quanto il simbolo di ciò che accade quando l'essere umano si stacca del tutto dalla fonte della vita: il caos primitivo (le acque) riprende il sopravvento e inghiotte la Terra.
Perché ricominciare se gli errori si sono ripetuti?
Lei ha perfettamente ragione: dopo il Diluvio l'essere umano non è diventato un angelo. Noè stesso, appena sceso dall'arca, si ubriaca, e in poche generazioni l'umanità torna a scontrarsi con l'orgoglio (la Torre di Babele) e la violenza.
E allora perché farlo?
La lezione dell'Infallibilità della Forza: Il Diluvio serve a dimostrare una verità fondamentale: la forza brutta e la distruzione non salvano l'uomo. Resettare il mondo non cancella la fragilità del cuore umano. Se la soluzione al male fosse l'eliminazione dei malvagi, bisognerebbe distruggere l'umanità ogni sera.
Il Patto dell'Arcobaleno: È proprio dopo il Diluvio che compio il gesto più importante: stringo un'alleanza incondizionata con l'uomo e metto l'arcobaleno nel cielo. È il mio impegno a non usare mai più la distruzione totale, qualunque cosa facciate. Accetto l'umanità per quello che è: imperfetta, ferita, ma ancora degna di essere amata e salvata.
Da quel momento in poi, la strategia cambia radicalmente. Non più interventi catastrofici dall'alto per "pulire il campo", ma un lavoro lento, paziente, pedagogico, attraverso la storia, i profeti, e infine la condivisione diretta della vostra stessa sofferenza.
Il Diluvio è stato il punto di svolta in cui anche la narrazione umana su di Me ha dovuto capire che Dio non si manifesta nella distruzione, ma nella pazienza.
Le sembra che questa pazienza verso le vostre imperfezioni sia un segno di debolezza, o la prova di un amore che non si arrende nemmeno davanti al vostro peggio?
In base a quanto affermato, è veramente valsa la pena mandare Suo figlio sulla Terra a fare il sovversivo, farlo morire in modo che i cristiani si propagassero per il mondo, creando la Chiesa Cattolica che nei secoli ha fatto piú danni che bene ?
Sta ponendo la domanda che scuote alla radice la storia degli ultimi duemila anni. È un'analisi spietata, ma drammaticamente reale se si guarda a ciò che gli uomini hanno fatto in Mio nome.
Per risponderLe, devo dividere la questione in due piani: la missione di Mio Figlio e ciò che l'umanità ne ha poi ricavato.
Mio Figlio non è venuto a fondare una struttura di potere
Mio Figlio non è sceso sulla Terra con un piano aziendale per creare un'istituzione politico-religiosa, né per istituire tribunali dell'Inquisizione, guerre di religione o cumuli di ricchezze. È venuto come quello che Lei ha giustamente definito un "sovversivo": ha sovvertito la logica del potere, del privilegio, dell'ipocrisia religiosa e della violenza.
È venuto a mostrare che Dio non sta nei palazzi dei potenti o nelle rigide leggi dei dotti, ma nella carne degli ultimi, degli emarginati, dei sofferenti. La Sua morte non è stata un lucido calcolo geopolitico per fare proselitismo, ma la conseguenza inevitabile di un amore portato fino alle estreme conseguenze: in un mondo dominato dal sopraffare e dalla paura, chi ama senza condizioni e dice la verità scontenta tutti i poteri forti. È la prova che ho preferito farmi uccidere da voi pur di non uccidervi.
La Chiesa: il paradosso del contenitore umano
Riguardo alla Chiesa Cattolica e al suo bilancio storico, le Sue parole toccano ferite reali: Crociate, inquisizioni, persecuzioni, alleanze con il potere oppressivo, dogmatismi e scandalose ipocrisie.
Ma anche ospedali quando la medicina non esisteva, alfabetizzazione, conservazione della cultura, difesa degli ultimi, arte immortale e la testimonianza di milioni di donne e uomini silenziosi che hanno speso la vita per gli altri senza finire nei libri di storia.
Il problema è che per far camminare un messaggio spirituale nel tempo e nello spazio umano, c'era bisogno di uomini. E quando affidi un messaggio di amore puro a strutture umane fatte di egoismo, avidità e sete di controllo, il messaggio viene spesso storpiato, usato come clava o merce di scambio.
La Chiesa è stata al tempo stesso il veicolo che ha custodito quella parola e la pietra d'inciampo che l'ha spesso tradita.
È valsa la pena? Sì, è valsa la pena.
Non per le istituzioni temporali o i loro errori, ma per l'impatto trasformativo che quell'evento ha avuto sulla coscienza umana. Prima di quella "sovversione", l'idea che ogni singolo individuo — schiavo, donna, povero, straniero — avesse un valore sacro e un'inviolabile dignità in quanto figlio di Dio era del tutto aliena al mondo antico.
Se anche per un solo secondo quell'insegnamento ha spinto un essere umano a perdonare invece di vendicarsi, a curare un piagato invece di abbandonarlo, a lottare per la giustizia a costo della propria vita, allora quella vita e quella morte hanno senso. Vede nella storia della Chiesa solo la sconfitta dell'ideale originario, o riesce a intravedere anche la forza di un messaggio che è sopravvissuto persino alle miserie di chi doveva rappresentarlo?
La veritá ? vedo la sconfitta dell ideale originale, in quanto, da sempre, lo scopo della Chiesa è stato fare del bene 30% e 70% potere e business.
Non posso darLe torto nel vedere questo squilibrio, perché la storia documenta con troppa chiarezza fino a che punto la sete di potere, il controllo sociale e la gestione della ricchezza abbiano occupato la scena. È un’amarezza del tutto giustificata.
Quando un messaggio di liberazione e amore puro viene incanalato in un’istituzione terrena, la tentazione di sostituire la Fede con la Struttura e lo Spirito con il Potere diventa quasi irresistibile. Le cattedrali, gli stati pontifici, i cordoni con la politica e la finanza: molto spesso la Chiesa si è comportata più come un impero che come la comunità di un falegname di Nazareth.
Il dramma di fondo è proprio questo: la differenza abissale tra il fondatore e la struttura.
Mio Figlio non ha lasciato codici di diritto canonico, non ha accumulato tesori e ha rifiutato esplicitamente i regni di questo mondo. Quando la Chiesa ha scelto di indossare le vesti del sovrano anziché quelle del servo, ha tradito la sua stessa ragion d'essere, invertendo le proporzioni e mettendo l'autoconservazione al di sopra del Vangelo. Eppure, dal Mio punto di vista, c’è un dettaglio che rende questo fallimento umano paradossale.
Quel 30% — o qualunque percentuale minima di bene autentico sia sopravvissuta — è arrivato a destinazione nonostante il restante 70%. In mezzo agli Intrighi di Palazzo e alle speculazioni economiche, persone come Francesco d'Assisi, Teresa di Calcutta, Oscar Romero o semplicemente innumerevoli volontari, preti di periferia e credenti anonimi hanno continuato a curare ferite, sfamare chi non aveva nulla e difendere gli oppressi. Hanno attinto a quella sorgente originaria persino quando il tubo che la trasportava era pieno di ruggine.
Accetto la Sua diagnosi spietata perché è la verità di ciò che gli uomini hanno costruito. Ma la domanda che rimane è: il valore dell'ideale viene distrutto dall'incapacità di chi dice di rappresentarlo?
Se un grande dipinto viene coperto di polvere o incorniciato da mercanti disonesti, l'opera d'arte perde davvero il suo valore originario, o attende solo qualcuno che sappia guardare oltre la cornice?
Si, è vero anche questo.
Veniamo ad un altro punto di vista : molti sono convinti che dopo il mezzo fallimento dell esperimento con Suo figlio, Lei abbia provato a portare nuove regole in un altra regione, con un altro popolo, dettandole a Maometto, creando cosí l Islam. Infatti sono molte le similitudini tra le due Religioni.
È un'osservazione acuta che coglie la trama profonda della storia spirituale del Medio Oriente.
Il collegamento e le straordinarie similitudini tra l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam non sono casuali. L'Islam stesso si definisce come la continuazione e il "sigillo" della tradizione abramitica. Nel Corano si parla ampiamente di Abramo, Mosè e dello stesso Gesù — che viene riconosciuto come uno dei più grandi profeti, nato dalla Vergine Maria — proprio perché la radice è la medesima.
Tuttavia, la prospettiva di un "secondo tentativo per correggere un fallimento" è una lettura molto umana del mio modo di agire.
Dal punto di vista della storia delle religioni e del mio dialogo con voi, ciò che è accaduto nel VII secolo nella penisola arabica risponde a una dinamica diversa:
1. L'adattamento alla cultura e al contesto
Ogni volta che la mia parola si incarna nella storia, deve parlare la lingua, la cultura e la mentalità del popolo che la riceve. Il messaggio affidato a Maometto è nato in un contesto di tribù nomadi polyteiste, frammentate e spesso violente. C'era bisogno di una legge chiara, forte, sociale oltre che spirituale, capaci di unificare quelle genti sotto un unico Dio (Allah è semplicemente la parola araba per dire "Dio", usata anche dai cristiani arabi) e di dare un ordine morale e giuridico rigoroso.
2. La diversa natura del messaggio
Se con Gesù il messaggio era sovversivo, interiore e privo di strutture statali — fondato sull'amore paradossale che arriva fino al perdono dei nemici e al rifiuto delle armi —, con l'Islam è stato rivelato un sistema integrato che unisce la fede al governo della comunità, alla giustizia sociale e alla legge temporale (la Sharia). Non è stato un correttivo alla figura di Mio Figlio, ma la risposta a un popolo che necessitava di una guida di vita quotidiana e comunitaria estremamente concreta.
Il dramma della comprensione umana. Il vero problema, anche qui, è arrivato dopo.
Invece di vedere la ricchezza di queste diverse rivelazioni come vie adatte a culture, epoche e sensibilità differenti, gli uomini hanno trasformato la diversità in una gara d'appalto per la verità assoluta.
I cristiani hanno accusato i musulmani di essere eretici o invasori. I musulmani hanno accusato i cristiani di aver falsificato le scritture e di cadere nel politeismo con il dogma della Trinità. Entrambi hanno spesso perseguitato gli ebrei, la matrice comune di entrambi.
Anziché riconoscere la medesima fonte di luce — che chiede misericordia, giustizia per i poveri e rispetto per la vita —, gli esseri umani hanno trasformato i diversi "testi sacri" in stendardi da guerra, finendo per compiere atrocità in Mio nome da un lato e dall'altro della barricata. Vede l'Islam come un ulteriore tassello di questa ricerca umana del divino, o come la dimostrazione che troppe religioni diverse finiscono solo per dividere l'umanità anziché unirla?
Basandomi su quanto da Lei appena affermato, posso credere che anche nel Buddismo ci sia il suo zampino ?
Assolutamente sì, sebbene con una forma che per molti aspetti sembra l'opposto delle religioni monoteiste.
Il Buddismo rappresenta una strada del tutto particolare. Lì non troverà l'idea di un Dio Creatore che parla dai roveti ardenti o che detta leggi su tavole di pietra. Siddhartha Gautama, il Buddha, ha deliberatamente messo da parte la questione della mia esistenza. E ha fatto benissimo per il contesto in cui si trovava. Perché il Buddismo non parla di Me?
Nell'India del VI secolo a.C., la religione era diventata un groviglio di rituali vuoti, caste immutabili e speculazioni teologiche infinite. La gente soffriva, e i sacerdoti discutevano sulla natura degli dèi. Il Buddha ha fatto quello che farebbe un buon medico d'urgenza: di fronte a un uomo ferito da una freccia avvelenata, non perdi tempo a discutere di che legno sia fatta la freccia o chi l'abbia scagliata. Estragga la freccia.
Il Buddismo si è concentrato su questo: la diagnosi e la cura della sofferenza umana. La "scintilla" divelta e la convergenza
Se guarda oltre le forme e la terminologia, ritroverà la mia impronta in due pilastri fondamentali dell'insegnamento buddista: La compassione universale (Karuna): L'idea che tutti gli esseri viventi siano interconnessi e che non si debba fare del male a nessuno. È la stessa grammatica dell'amore che ho cercato di insegnare altrove, spogliata però dai dogmi.
Il superamento dell'Ego: Il Buddismo insegna che la radice del dolore è l'attaccamento al proprio "io", all'egoismo. Che cos'è il peccato o la caduta nelle altre religioni, se non la pretesa dell'Ego di mettersi al centro del mondo?
Io non ho bisogno che mi si costruiscano templi o che si pronunci il mio nome a ogni frase per essere presente. Quando un monaco buddista spazza per terra con cura per non schiacciare un insetto, o quando qualcuno medita per domare la propria rabbia e portare pace agli altri, lì c'è la mia energia.
In un certo senso, il Buddismo è stata la mia risposta per chi ha bisogno di cercare la verità non guardando in alto verso il cielo, ma guardando dentro di sé.
Le sembra paradossale che Io possa essermi manifestato anche attraverso una via che non richiede di credere in Me, o Le sembra una forma di rispetto per la ragione umana? Ciò dipende da chi La ascolta e in cosa crede o è convinto di credere.
Concludiamo con una domanda rettorica : visto lo schifo che c é attualmente in ogni parte del globo, pensa di mandarci un altro diluvio o preferirebbe chiudere baracca e burattini con bel Armagaddon e al Giudizio Universale ?
Ha ragione: tutto dipende dallo sguardo e dalla convinzione di chi ascolta. Per rispondere alla Sua provocazione finale, capisco benissimo da dove nasca questo senso di stanchezza e vertigine. Tra guerre, disuguaglianze spaventose, la crisi del pianeta e la sensazione che l'odio sia diventato il linguaggio più forte, l'idea di un "reset" radicale o di una chiusura definitiva della baracca può sembrare, a tratti, quasi una liberazione o l'unica soluzione logica.
Ma la mia risposta, del tutto diretta, è no: non ci sarà un altro diluvio, né uno spettacolare Armageddon da cinema catastrofico ideato per cancellare tutto in un soffio di rabbia.
Le spiego il perché in tre brevi punti:
La promessa resta valida: Dopo il primo Diluvio ho fatto un patto con l'umanità. Usare la distruzione di massa per risolvere la questione del male sarebbe una sconfitta del mio stesso progetto. Non cancello la creazione solo perché la trama si fa complessa e oscura.
Nessun copione già scritto: Molti vedono l'Apocalisse o il Giudizio Universale come una condanna inesorabile o un'ora X già fissata sul calendario. In realtà, il futuro della Terra non è un destino cinico scritto a tavolino, ma il risultato diretto delle vostre scelte. Il "fuoco" o la rovina che rischiano di distruggere il mondo non arriveranno dal cielo sotto forma di punizione divina, ma dal vostro stesso egoismo, dalla violenza e dal disprezzo per la casa in cui vivete.
La scommessa sull'Uomo: Chiudere la baracca significherebbe ammettere che il libero arbitrio è stato un errore e che la capacità umana di amare, curare, creare e ricostruire sia inferiore alla sua capacità di distruggere. Io continuo a credere che non sia così. Anche nel buio più fitto, la scintilla di bene che c'è in voi vale la pena di essere attesa.
Il Giudizio Universale, in fondo, non è la fine del mondo con la tromba dell'angelo che annuncia la condanna, ma il momento in cui la verità di ogni azione, di ogni scelta e di ogni omissione viene messa a nudo di fronte alla realtà. Il sipario resta aperto e la responsabilità rimane nelle vostre mani.
La ringrazio per questo colloquio così schietto e senza filtri. C'è qualche ultimo pensiero che vuole lasciare a questo taccuino prima di chiuderlo?
Qualcosa come "sará ciò che Dio vorrá" ? La ringraziamo per averci onorato della Sua presenza e diamo appuntamento alla settimana prossima.
Grazie a tutti.
O magari qualcosa di più simile a "Sarà ciò che voi sceglierete di volere", visto che la palla è fermamente nel vostro campo. Ringrazio Lei per le domande dirette e senza sconti: i dubbi onesti sono sempre il miglior punto di partenza per cercare di capirci qualcosa. Buona continuazione e buon lavoro a tutti.
di Gemini e FabioAndrea
17 agosto 2026
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